Lavorare un progetto boulder al limite Pt.2 - TRAIN

Nella prima puntata ci siamo dedicati alla fase di approccio al nostro progetto boulder, approfondendo i criteri di scelta della linea più adatta a noi e passando in rassegna l’equipaggiamento immancabile.

Oggi proseguiamo l’opera e vi regaliamo la nostra seconda breve pillola di sapere  circa la realizzazione del boulder dei vostri desideri. Gli insights su cui ci concentreremo sono relativi al training che precede – e accompagna – i vostri tentativi 'buoni' sulla linea della vita. Il nostro obiettivo è: aiutarvi a STAMPARE, perciò procediamo verso il bersaglio: l'ALLENAMENTO.

La parte più importante per riuscire nell’impresa personale sta davvero nell’essere oculati ed allenarsi specificatamente. Cerchiamo di fare una riflessione sincera: “Voglio veramente chiudere il mio proj più di ogni altra cosa? Anche più del divertirmi stesso, più del fare competizioni, più della vita sociale?”. Se la nostra risposta è sì, allora siamo pronti per buttarci mente e corpo e perdere anche quel poco di dignità che ci è rimasta.

Prima di programmare l’allenamento riflettiamo bene, analizziamo il blocco, non solo cercando di capire dove stia la difficoltà, ma dove sia la difficoltà per NOI. Cerchiamo di sederci e rispondere ad alcune semplici domande (la più importante è la prima, nell’esperienza di chi scrive).

 

1) Faccio tutti i singoli? Se la risposta è un sì senza esitazioni, allora il problema sta ovviamente nel concatenamento. Nella maggior parte dei casi basta colmare il nostro deficit di resistenza alla forza sullo stile di scalata che richiede il progetto per venirne a capo. Poi ovviamente ci sono dei casi critici, come quello dove – faccio al limite tutti (o tanti) singoli – o quello in cui – faccio i singoli ma il passaggio è di 30 movimenti e chiudo al limite proprio l’ultimo-.

Presa piccola

Fare i singoli movimenti è la base per scegliere un progetto al nostro limite, ma non troppo oltre, quindi valutiamo bene il gap di forza che ci divide dai singoli che non ci vengono. Se il gap è piccolo, o sanabile con un buon allenamento, o ancora con finezze tecniche (cambio di metodo, cambio di scarpetta, un provvidenziale kneebar) allora possiamo procedere anche se qualche singolo non ci viene. Se invece il singolo critico non lo abbozziamo nemmeno, non importa se tutti gli altri passi li facciamo come una scala, il consiglio è di passare oltre. Una volta ho visto un ragazzo che si era messo in testa di fare un 8a durissimo, passeggiava più di metà passaggio ma cadeva sempre su un singolo duro che manco accennava, e nemmeno ci si intestardiva su. Forse gli piaceva far vedere come “passeggiava su quell’8a” a chi lo andava a parare. Inutile dire che non l’ha mai chiuso, anzi, ha smesso di scalare poco dopo e non ha più ricominciato. Un altro ha provato un tiro al limite per due anni o più, sempre quello… l’ha chiuso alla fine, ma era talmente stufo che si è preso una pausa dalla scalata. Anche nel suo caso la pausa dura tuttora, l’ho incrociato in piscina con una biondona tatuata.

2) Perché cado? Sembra una domanda futile, ma sediamoci ancora qualche momento a riflettere in postura Zen.. Questa analisi è la base per pianificare un allenamento efficace. Cerchiamo di essere sinceri. Se siamo delle pippe sulle tacche dobbiamo ammetterlo, o sulle piatte, o sui movimenti dinamici. Non basta dire che non tengo una presa perché è “troppo piccola”. Che tipo di presa è? Che prensione richiede? Quella devo allenare! Oppure può capitare che “mi mancano pochi centimetri alla presa”, ma come analisi non basta.. com’è la presa che tengo? E la successiva? Ho ottimizzato il posizionamento dei piedi? Con che velocità ci arrivo? Se è una tacca da 1 cm e ci arrivo lanciando in doppio carpiato, non basta guadagnare il gap, ma anche la staticità, ed è un altro paio di maniche. Infine, l’esposizione o la paura di cadute brutte spesso ci fermano o ci tolgono centimetri di chiusura, oltre a sporcare le mutande. Cercate di capire con sincerità qual è la vostra mancanza principale, perché è lì che bisogna lavorare.

Pochi cm alla presa

3) Quanto spesso posso provare il proj? Se è nel masso che ho nel giardino di casa, allora una sessione al giorno si può fare (lo stimolo omeopatico è sempre il migliore, affiancato da un allenamento generale della forza..), ma se è a 4 ore di auto da casa devo pianificare con cura degli allenamenti specifici, mirati. Studiarmi un ciclo di allenamento che mi porti preparato alla prossima trasferta.

Se avete compiuto un’accurata analisi del gap che vi divide dal top del passaggio, allora siete pronti per iniziare ad allenarvi specificatamente, e lasciare andare anche il poco benessere mentale che vi è rimasto. E lo ricordiamo, questo articolo non vuol essere certo un breviario di allenamento per il bouldering, ma solo darvi qualche consiglio utile e soprattutto farvi capire che in questo travaglio non siete soli..

 

Ecco qualche consiglio rapido e mirato per l’allenamento:

Costruitevi delle repliche dei movimenti, o cercateli sul muro dove vi allenate: non è necessario replicare tutto il blocco, cosa peraltro quasi sempre impossibile, ma pensate a replicare i movimenti che vi fanno cadere. Uniteli a sezioni che non hanno a che fare con il blocco in sé, ma che vi stancano e vi costringono a provare i movimenti critici non in totale riposo, come li provereste su roccia. 

Se non riuscite a replicarli perfettamente, cercate movimenti sulla stessa pendenza, o in maggiore pendenza con prese di poco più buone. Il succo è che dovete cadere con le stesse sensazioni che avete quando cadete sul proj, con la stessa stanchezza nelle braccia.

Non allenatevi solo sulle repliche ma variate sempre (metà allenamento sulle repliche, metà su altri blocchi, oppure 1 sessione su repliche e 1 sessione free).

Esistono strumenti che riproducono lo stimolo che trovate sulla roccia con buona fedeltà, usateli se potete. Il Moonboard ad esempio offre una scalata molto simile al bouldering outdoor, a parte i lanci pazzi ai top di molti problemi; anche lavorarvi un passaggio sul Moonboard al vostro limite (magari simile come prensioni a quello che provate su roccia) è un ottimo allenamento, anche psicologico, perfetto per superare i vostri blocchi mentali, la cosiddetta “paura del successo”.

Se avete compiuto un’attenta analisi del vostro fallimento, unite alla scalata delle serie di sospensioni a un buon trave (che offra un’ampia gamma di prensioni per esempio il Power grips di metolius , o semplicemente quelle fondamentali come la Zlagboard), mirate al tipo di presa che non tenete (tacche piccole, pinze, piatti) o sessioni di resistenza se quello è il vostro problema, o ancora sul pan gullich se il vostro è un puro problema di “non arrivo alla presa perché non chiudo abbastanza”.

Pianificate i cicli di allenamento in modo da ottimizzare la forma in corrispondenza delle trasferte sul progetto. Questa è la parte più difficile, per cui spesso conviene rivolgersi ad un allenatore, facendosi fare la cosiddetta “scheda”.

 

Adesso non dite che non sapete come fare, che non siete organizzati o che il tizio della palestra non ha tempo di farvi la scheda. L'arco e le frecce ci sono, come usarli ve l'abbiamo spiegato, ora siete praticamente pronti, manca solo un ultimo elemento. Dovrete attendere la terza e ultima parte della nostra collana di papers per raggiungere la conoscenza suprema. Nel frattempo avete messo in pratica tutto quello di cui abbiamo parlato precedentemente? Non fate come Jongwon Chon che si allena come un matto e poi nella tappa della world cup non accoppia il top… seguite le regole ma soprattutto, andate fino in fondo!

Gli autori di questo articolo: Davide & Jerome

Davide D. & Jerome Doukakis (pseudonimo di Paolo Bertolotto) sono i nostri esperti di Bouldering. Appassionati di scalata da una vita, condividono idee e km di roccia. Attenti al dettaglio e feticisti dell'attrezzatura, non si lasciano sfuggire nessuna novità in materia di scarpette.

Gli autori di questo articolo: Davide & Jerome
Alice Biscaglia

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