Ribellione o ALPINISMO? Chiamatelo come meglio credete

Questo articolo, nato senza capo né coda è rimasto fermo per un pò prima che pensassi di proporlo per una pubblicazione.

Ricordo bene quando lessi "confessioni di un serial climber" di M.Twight.
A
d un certo punto del libro fui talmente contento di rispecchiarmi in quelle parole, da non sentirmi più un pazzo. Finalmente avevo trovato qualcun altro che si era sentito come me in quel momento.
Forse a quel punto eravamo solo due pazzi, ma almeno non ero l’unico!

Allo stesso modo spero che qualcuno, leggendo fra queste righe cariche di emozioni, possa trovare la forza di continuare con le proprie idee ed ambizioni qualsiasi esse siano.

 

Ribellione o alpinismo? Chiamatelo come meglio credete

Mi capitava spesso durante i lunghi litigi con i miei genitori, soprattutto con mia madre, che lei mi ricordasse con qualche paragone assurdo, quanto i figli degli altri fossero migliori di me nei confronti dei loro genitori.
Ovviamente nella mia testa ho sempre creduto il contrario.
Anche quando il giorno del mio venticinquesimo compleanno, dopo l’ennesimo inutile litigio, me ne andai di casa sbattendo la porta promettendomi di non rimetterci più piede.
Quella sera andai a dormire in furgone. Mi ero parcheggiato in uno dei posti più malfamati di Padova, ero stanco, non fisicamente, ma mentalmente, non potevo più resistere!
Possibile che non mi capissero? Mi ripetevano che la vita era questa, che il lavoro ha dei padroni che dettano delle regole a cui bisogna sottostare; che non avrei cambiato io il mondo con il mio fare da ribelle che fino a quel giorno mi aveva portato solo dei guai.

Forse è stato proprio in quel momento che qualcosa è scattato 

In un buio parcheggio dietro la stazione ferroviaria di Padova misi nero su bianco dentro la mia testa che la mia ribellione sarebbe continuata, a modo mio, in silenzio ed in modo radicale.

Quindici giorni dopo in Val di Mello conobbi Silvia, in lei bruciava lo stesso fuoco silenzioso.
Sette giorni dopo lasciai la mia ex fidanzata.
Il giorno successivo baciai Silvia.
Cinque giorni dopo comprammo due biglietti aerei destinazione Patagonia, andammo a lavoro, ci licenziammo e partimmo insieme per la nostra prima spedizione alpinistica.

Stefano Ragazzo

Avevo gettato una bomba alle mie spalle, avevo appena fatto lo “strappo”, come lo chiama Twight nel suo libro “confessioni di un serial climber”, da lì, non sarei mai più potuto tornare indietro.

Ad alcuni non piace quando cito Twight, trovano che sia un cattivo esempio da seguire, preferiscono i bravi ragazzi, quelli che gli sorridono e gli dicono quello che vogliono sentirsi dire in quel preciso istante. Non voglio essere uno stringitore di mani che colleziona biglietti da visita; le amicizie le voglio vivere e non farne un mucchietto in cui cercare quella di cui ho bisogno in un preciso momento.

Ho trovato nell’andare in montagna qualcosa che probabilmente mi ha salvato da una depressione!

In Patagonia imparai a guardare il cielo, sembra stupido ma mi resi conto che passavo il tempo con la testa bassa. Sono passato dallo svegliarmi con la nausea e non volermi alzare dal letto, allo svegliarmi e guardare fuori dalla finestra per immaginare come sarà la giornata.

Stefano Ragazzo

Vorrei tanto capire cosa succede lassù, dargli una spiegazione. Forse è solo un mix di endorfine che fa il loro sporco dovere e stop, ma non credo! Non penso sia una spiegazione così facile e scientifica come quella che ho dato alla non esistenza di un Dio superiore. Lì entra in gioco qualcosa, una lotta contro il nostro subconscio più profondo, ritorniamo bestie primordiali.

Se sei arrivato a leggere fino a qui, vuol dire che sai benissimo di cosa sto parlando: Lo provi sempre, quando senti il “clack” dello scarpone nell’attacco dello sci e guardi giù dal canale da cui devi scendere. Quando sbottoni due friend e dopo un super volo ti ritrovi appeso vivo e vegeto. Quando cammini sul filo di una cresta grande a malapena come il tuo scarpone con 1000 metri di vuoto sotto al culo.

Cos’è tutto questo?

Forse non è così importante dargli un nome. Forse è bello così, con le regole del gioco che ognuno si pone, giuste o sbagliate che siano. Lo stiamo facendo perché non volevamo regole e schemi prefissati...e così deve rimanere!

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di pranzare con una graziosa e intelligentissima signora di quasi novant’anni. Dopo averle raccontato un pò di esperienze del mio ultimo anno ed averle mostrato qualche foto del nostro viaggio in Argentina, con tono onesto mi ha chiesto: “quindi sei felice così e non c’è nessun segno di rimpianto? Nemmeno una briciola piccola piccola?”

“Non tornerei indietro per nessuna ragione al mondo signora”

La conversazione si è fermata lì, ma nei suoi occhi ho letto l’approvazione di chi avrebbe voluto essere al mio fianco lassù.

Stefano Ragazzo

 

Stefano Ragazzo è l'autore di questo articolo.

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